11 Ottobre 2026

XX domenica dopo Pentecoste

Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo.

Testo biblico

Lettera agli Ebrei 4, 14-16

Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Testo del sermone

Ben vengano testi biblici come quello che condividiamo nella predicazione di oggi perché ci riportano a una domanda fondamentale, una domanda a cui non prestiamo sempre attenzione, forse perché è facile darla per scontata. Scusate se detta così pare un po’ troppo diretta, ma sostanzialmente ci riportano a chiederci non tanto: “Chi è Gesù”, ma “A che cosa ci serve Gesù? In che cosa è insostituibile per noi, per la nostra fede, per la nostra vita?” Non credo che sia una domanda su cui sorvolare, perché testimonia la concretezza della nostra ricerca di fede, il desiderio di non trovare in Gesù solamente un maestro, una guida spirituale o anche materiale, ma colui che è realmente presente nelle nostre vite, ne guida ogni momento. In fondo se cercassimo solo un maestro, avremmo molti altri esempi che potremmo prendere a esempio; la lotta nonviolenta del Mahatma Ghandi, le battaglie per i diritti civili del pastore Martin Luther King, l’impegno contro la mafia di Peppino Impastato, solo per citare alcune persone che hanno sposato cause importanti e da condividere, accettando di pagare di persona per le loro scelte. Che cos’ha di diverso, di più concreto Gesù Cristo, colui che vogliamo confessare nostro Signore non solo a parole, ma come chi ha realmente un valore concreto, chi sa veramente fare la differenza concreta nella nostra esistenza?

Anche se può sembrare che lo faccia con un linguaggio puramente teologico, i versetti che abbiamo condiviso dalla lettera agli Ebrei vogliono invece dare una descrizione estremamente concreta e pratica della persona e soprattutto dell’agire di Gesù nella realtà della vita dei credenti. Certo, i termini che vengono usati non sono i primi che ci verrebbero in mente: Gesù è il “Sommo Sacerdote”; in particolare per noi protestanti il sacerdozio non è qualcosa su cui riflettiamo spesso. Diciamo spesso che il protestantesimo ha teorizzato e soprattutto praticato il sacerdozio universale dei credenti, ma forse rende ancora meglio l’idea affermare che in realtà il protestantesimo ha negato che il sacerdozio abbia un qualche valore: non ci piace la concezione che qualche persona possa fungere da mediatore fra noi e Dio, qualcuno sia superiore a qualcun altro davanti al Signore. Ma in fondo la nostra lettera non sta andando in una direzione diversa, perché sta dicendo questo: vi è un solo Sommo Sacerdote. Ciò che era normale nella fede ebraica, finché è esistito un tempio di Gerusalemme, era la presenza di un Sommo Sacerdote con il ruolo fondamentale di avvicinare il popolo e Dio: in qualche modo era portavoce di Dio davanti al popolo e viceversa. Era la figura che realmente creava, durante i riti e i sacrifici, un ponte fra di loro. Bene, dice la lettera agli Ebrei, tutto questo si è concluso con la venuta di Gesù Cristo e più ancora con la sua morte e resurrezione. Noi non abbiamo più un Sommo Sacerdote umano come avveniva un tempo, una persona che per un periodo di tempo svolgeva questa funzione ed era necessaria per aprire questa comunicazione fra il divino e l’umano altrimenti ritenuta impossibile; noi non abbiamo più la necessità di cercare e scegliere una persona che svolga questo servizio particolare, perché il Sommo Sacerdote che noi abbiamo lo è in eterno e non per elezione da parte degli uomini, ma perché chiamato da Dio a svolgere questo compito.

Noi in Gesù Cristo confessiamo di incontrare il nostro Signore, il nostro Maestro, il nostro Salvatore e ancora molto altro; i versetti di oggi ci ricordano che in lui troviamo il nostro ultimo ed eterno Sommo Sacerdote, colui che nella sua persona è stato il ponte aperto fra noi e Dio, un ponte che nessuno potrà più chiudere e soprattutto che non ci spinge più a cercare altri punti di passaggio, altri mediatori fra noi e Dio: sappiamo per fede che quello che ci è stato rivelato in Gesù è ciò di cui abbiamo bisogno e altro non vogliamo, perché sarebbe di troppo; anzi, addirittura sminuirebbe ciò che il Figlio di Dio ha fatto e compiuto per noi.

Gesù può portare davanti a Dio tutto ciò che riguarda la nostra vita umana perché anche lui ne ha vissuta una; Gesù porta a Dio una reale esperienza umana, fatta di gioie e delusioni, di rapporti semplici e conflittuali, di successi e di necessari ripensamenti: in suo Figlio Dio stesso conosce tutte queste cose e molto semplicemente le ama per come sono, le accoglie da genitore amorevole come il vissuto delle figlie e dei figli. La conseguenza è che noi possiamo, come dice ancora la lettera, accostarci, farci vicini a Dio. Possiamo farci vicini perché ci accorgiamo e confessiamo che in Gesù Cristo Dio ha già scelto di farsi vicino a noi.

Possiamo farci vicini e quando lo facciamo che cosa troviamo? L’espressione che usa la lettera deve far riflettere: troviamo il “trono di grazia”. Se ci pensiamo bene questa espressione è un ossimoro, una contraddizione. Senz’altro ci facciamo vicini al trono, ed è giusto che sia così perché noi sappiamo che il nostro Dio è sul trono poiché regna. Noi lo chiamiamo il re dei re a ragione: non è uno dei tanti governanti di questa terra che spesso sono convinti di essere dei padreterni, ma il nostro Signore regna realmente, può fare ciò che la sua volontà ha in mente: questo in fondo vuol dire quell’“Onnipotente” che ricordiamo nel credo. Davanti a un sovrano così potente, così più in alto di noi dovremmo essere spaventati, consci della nostra piccolezza davanti a lui. Eppure quando veniamo accolti davanti a lui, scopriamo che quel trono non è un simbolo di maestà, ma di grazia; Dio non si presenta a noi come un sovrano dispotico, ma come colui che invita alla sua presenza per mostrare la sua grazia, il suo amore. Dio regna, questo sì, ma il suo regnare diventa non comando, ma servizio; Dio regna, ma il suo potere non crea separazione fra piccoli e potenti, ma comunione di fratelli e sorelle. Dio regna e proprio nel suo regnare sceglie di essere colui che soccorre, colui che si prende cura di chi afferma semplicemente di non avere altri da cui ricevere ogni cosa necessaria per la vita.

Gesù Cristo ci annuncia tutto questo con il suo farsi tramite fra noi e il Padre, con il suo essere Sommo Sacerdote definitivo, una volta per tutte. Gesù Cristo ci guida nella fede per confessare la nostra fiducia nel re di grazia. Gesù Cristo ci rende capaci di pregare con fiducia quando ci rivela che da lui non abbiamo giudizi per le nostre mancanze, ma sostegno e guida da parte di colui che ha condiviso una vita come la nostra e ne conosce le difficoltà. Gesù Cristo ci annuncia che la strada per rivolgerci al Padre è aperta; lui l’ha reso possibile con la sua vita, la sua morte e la sua resurrezione e se lui ha deciso di aprire gioiamo e rallegriamoci, perché nessuno potrà mai più chiudere.

Amen

Past. Davide Ollearo