II Lettera ai Corinzi 4, 13-5, 1
Siccome abbiamo lo stesso spirito di fede, secondo ciò che è scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo, perciò parliamo, sapendo che colui che risuscitò il Signore Gesù risusciterà anche noi con Gesù, e ci farà comparire con voi alla sua presenza. Tutto ciò infatti avviene per voi, affinché la grazia che abbonda per mezzo di un numero maggiore di persone moltiplichi il ringraziamento alla gloria di Dio.
Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.
Sappiamo infatti che se questa tenda, che è la nostra dimora terrena, viene disfatta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d’uomo, eterna, nei cieli.
Sono passati anni, secoli, millenni, ma la domanda che si ponevano i discepoli subito dopo Pasqua e a Pentecoste rimane la stessa che siamo chiamati a rivolgerci ancora oggi: “Che cosa dobbiamo fare?” Nel cammino di studio biblico ecumenico attorno alla Pentecoste, abbiamo visto come lo Spirito Santo spinga la prima, primissima, neonata chiesa cristiana a porsi proprio questa domanda come risposta al lungo discorso di Pietro che, in estrema sintesi, racconta che con la resurrezione di Gesù a Pasqua, nulla è più come prima, qualcosa di nuovo, inatteso, uno stupendo dono di Dio è cominciato. Dunque è normale che chi prende sul serio questo dono voglia domandarsi e domandare in che modo passare dalla teoria alla pratica, da una fede serbata nel cuore ed espressa a parole, a una vissuta nella concretezza del quotidiano. E questa è anche una nostra domanda; non perché finora non ce l’eravamo mai posta, ma perché è una domanda alla quale non è mai possibile dare una risposta sempre uguale, la risposta che andava bene ieri, oggi può essere sorpassata. È una domanda che, da credenti dobbiamo continuare a porci ogni giorno, ogni volta che ci confrontiamo con la Parola del Signore e immaginiamo come potremmo portarla a nostra volta.
Paolo, scrivendo ai Corinzi, risponde in fondo alla stessa domanda. Lo fa parlando a una comunità che, leggendo le lettere che le vengono indirizzate dall’apostolo, sta cercando la propria vocazione, fra domande dei suoi membri e modi diversi, qualche volta conflittuali, di comprendere la propria missione. Dunque Paolo si sente in dovere di mettere, come si dice, i puntini sulle i: non di dare ordini, ma di precisare in che cosa consista il cammino su cui i credenti sono chiamati; a questo aggiunge quale sia la situazione reale in cui i credenti si trovano a vivere e a testimoniare la loro esperienza di fede, situazione che, con tutte le differenze del caso, non è poi così diversa da quella in cui vive la chiesa oggi.
La prima affermazione dell’apostolo richiede a chi l’ascolta coraggio, parecchio coraggio per essere presa sul serio e soprattutto applicata. Il messaggio che abbiamo già incontrato e che è la diretta conseguenza della Pentecoste è che occorre passare da discepoli ad apostoli. Può sembrare che i due termini siano sinonimi, ma benché molto legati, non indicano la stessa cosa e riconoscersi in una o nell’altra definizione significa un reale cambio di prospettiva nella propria vita di fede. Essere discepoli significa seguire un maestro, imparare da lui, riconoscere di avere costantemente bisogno della sua presenza accanto a noi affinché ci guidi. Noi indubbiamente abbiamo un bisogno costante di imparare dal nostro maestro, ma non possiamo fermarci lì. Dobbiamo diventare apostoli, inviati, coloro che portano e condividono ciò che hanno imparato. Ed è un notevole cambio di prospettiva; innanzi tutto, stare con il maestro richiede molta attenzione e umiltà da parte di chi impara, ma non richiede una grande responsabilità: è il maestro a doversi prendere cura di ciò che insegna. Diventare apostoli, significa che dobbiamo essere noi a farci carico di trasmettere ciò che abbiamo imparato. Essere apostoli significa in fondo quello che Paolo riassume citando il Salmo 116: “ho creduto, perciò ho parlato”. Essere discepoli, per grazia di Dio e con la guida dello Spirito Santo ci porta a credere. Invece, essere apostoli significa ammettere che ciò che abbiamo creduto non è solo per noi, per la nostra vita personale; la fede non è una medaglia in più da appuntarsi al bavero, ma è la base, la guida di ciò che raccontiamo, annunciamo con tutta la nostra vita. Solo così la fede assume un’autenticità e una credibilità che le danno un senso. Essere apostoli significa rendere evidente che la grazia di Dio abbonda, non ha limiti: la grazia non ha bisogno che noi la trasmettiamo a qualcuno, non dobbiamo metterci al posto di Dio, ma siamo chiamate e chiamati a testimoniare che il dono di Dio per cui viviamo non è solo per noi, ma per ogni figlio e figlia di Dio su questo mondo.
Paolo avrà tanti difetti, sappiamo che tende spesso all’iracondo, ma senz’altro non è un illuso. E così ci ricorda che vivere come apostoli non è una medaglia in più, come dicevamo, e dunque più che glorie e onori può portare all’incomprensione e alla presa di distanza da parte di chi abbiamo attorno. Sì, perché essere apostoli, testimoni di quanto abbiamo imparato dall’insegnamento di Gesù Cristo, non significa mai dire ciò che la gente ama sentirsi dire. Essere apostoli significa prendersi carico di annunciare non la sicurezza, non la tranquillità, ma sempre e comunque la conversione, la necessità dell’essere umano di ritornare a un Dio misericordioso che lo sta attendendo. Essere apostoli significa cioè ricordare la verità più scomoda; ovvia, sì, scontata, ma difficile da fare propria: l’essere umano non è Dio, men che meno quando è convinto di esserlo. L’essere umano non vive per se stesso e non è colui che dà la vita, ma è sempre legato al dono di Dio, testimoniato dal Risorto, che lo accompagna costantemente e per pura grazia dalla morte alla vita.
Infine Paolo ci ricorda che essere apostoli non diventa la certezza che la vita di chi svolge questo ministero sarà perfetta, che nulla, né il suo benessere, né la sua salute potranno ancora essere soggetti a difficoltà e problemi. Essere chiamati a testimoniare l’amore di Gesù non ci rende superdonne o superuomini, indistruttibili e perfetti e chi proclama questo, e ci sono quelli che lo fanno, è solo un venditore di illusioni, il più delle volte in malafede. Noi non possiamo dimenticare che siamo apostoli perché siamo discepoli non di un condottiero vittorioso, ma di Gesù Cristo che è il Risorto, ma per arrivare a questo ha per amore attraversato la sofferenza e la morte, ha visto le proprie forze, la propria salute, il proprio corpo venire meno. Essere discepoli e poi apostoli di Cristo significa non fare proprie le sue sofferenze – sarebbe un obbrobrio, perché non siamo noi a dover salvare il mondo attraverso esse – ma raccontare di un Dio che si fa umano per prendere sul serio le nostre sofferenze, per condividerle, non per cancellarle per magia, per darci la forza di superarle sapendo che su quello stesso sentiero complicato, lui per primo ha già camminato e dunque comprende le nostre difficoltà e le nostre paure. Essere apostoli significa raccontare che noi siamo già raggiunti dalla speranza di Pasqua: è in questa speranza che pur nelle incomprensioni, nelle difficoltà quotidiane che incontriamo, noi con forza possiamo vivere e raccontare credibilmente la grazia di Dio che in Gesù Cristo ci ha incontrati, ci ha convertiti e che ci chiama ad essere suoi testimoni.
Amen.