Evangelo secondo Matteo 4, 12-23
Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea.
E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata».
Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono.
Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo.
Qual è il libro religioso più diffuso della fede cristiana? Penso che tutti mi rispondereste la Bibbia, e fareste bene, perché ovviamente è proprio così. Ma se vi chiedessi qual è il secondo libro più diffuso, che risposta mi dareste? Probabilmente non molti citerebbero l’Imitazione di Cristo. Questo è un libro del XIV-XV secolo scritto probabilmente dal monaco agostiniano Tommaso da Kempis. È un testo che vuole guidare il credente a vivere concretamente la sua fede, a mettere in pratica ciò che ha imparato dall’insegnamento biblico, a concentrare la propria fede sull’impegno individuale, prendendo anche le distanze dalla chiesa quando questa concentra le proprie energie sullo svolgimento dei riti, dimenticando la crescita personale e spirituale dei fedeli. Non entro nei particolari del testo che ebbe una diffusione enorme e che venne senz’altro letto, fra gli altri, dai Riformatori che si ispirarono a esso nella formazione del loro pensiero, ma vorrei riflettere un momento sul titolo, perché esso stesso può essere letto, compreso e soprattutto messo in pratica a seconda di come lo interpretiamo. Che cosa significa “imitare Cristo”? In che cosa dovremmo cercare di somigliare a lui, ben sapendo che non lo raggiungeremo mai?
La storia ci dice che cristiane e cristiani hanno compreso queste parole in molti modi diversi: imitare Cristo nell’amore, cioè provare ad amare come lui amò, proprio per testimoniare il suo amore? Imitare Cristo nella perseveranza della fede, resistere alle difficoltà come lui resistette fino alla fine, addirittura fino alla morte in croce? O ancora imitare Cristo nella santità, sforzandosi di vivere come lui visse per far emergere il nostro essere figli e figlie di Dio e coinvolgere altre persone in questo cammino? In realtà queste e altre possibilità sono tutte valide. Io però oggi vorrei proporvi una particolare lettura dell’imitazione di Cristo, una traccia su cui seguire il suo cammino. Vorrei partire dall’ultimo mandato che, nel racconto di Matteo, Gesù risorto affida ai suoi discepoli e dunque alla sua chiesa e dunque ancora a ciascuno e ciascuna di noi: fare discepoli, insegnare, cioè, per provare a riassumerlo in una sola parola, predicare. Io vi propongo oggi questa riflessione: imitare Cristo, cioè prendere su di noi, su tutte e tutti noi, il ministero della predicazione, predicare non come Cristo predicò, cosa ben oltre la nostra portata, ma testimoniare con le nostre parole e le nostre azione la predicazione di Cristo. E questo è un compito a cui tutti siamo chiamati; non i preti, non i pastori, non qualcuno in particolare, ma ogni credente predica: in forme diverse, con parole diverse, in occasioni diverse, non certo solo durante le messe o i culti, ma ogni volta in cui ricordiamo e testimoniamo che ciò che il Signore ci ha insegnato è importante per noi. Il brano che abbiamo ascoltato oggi dall’Evangelo secondo Matteo ci aiuta in questa riflessione perché ci parla proprio di questo, di Gesù Cristo che predica, che annuncia, che fa crescere la propria comunità.
Sarà pure il Signore Gesù a predicare, ma l’evangelista ci ricorda che tutto parte sempre e comunque dalla decisione di Dio. È Dio a scegliere tempi e luoghi in cui suo Figlio inizia il suo cammino di predicatore. L’arresto di Giovanni e lo spostamento a Capernaum di Gesù non sono solo parte del racconto, ma sono il segno che Dio sta guidando il ministero di suo Figlio. Non sono né tempi, né luoghi adatti ad occhi umani: l’arresto di Giovanni dice che le autorità staranno con le orecchie ben aperte per controllare se qualcuno raccoglie il testimone del Battista e continua ad annunciare cose pericolose come lui; e la Galilea, come Matteo stesso ci ricorda, non è certo al centro del mondo neanche religioso della fede d’Israele, ma una terra marginale, considerata semipagana e popolata da persone semplici, almeno secondo quanto si dice nella spocchiosa Gerusalemme. Eppure Dio manda lì suo Figlio a predicare e lì effettivamente Gesù si reca, perché la predicazione non è una vetrina per mettere in mostra se stessi, la propria cultura o la propria oratoria, ma un servizio da compiere là dove e quando è necessario; è un atto di fede, perché chi predica sa che sarà Dio stesso a guidarlo, non dove lui si aspetta, ma dov’è necessario che la parola venga seminata, sapendo che sarà poi Dio stesso a far crescere.
“Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino” sono le parole della prima predicazione di Gesù nonché il cuore del messaggio. È molto breve, ma contiene tutto ciò di cui i suoi ascoltatori hanno bisogno. Gesù afferma la vicinanza di Dio, la presenza in questo mondo del suo regno: questo è l’annuncio della grazia, il messaggio che ricorda che Dio ha già preso l’iniziativa nei nostri confronti e si è già fatto vicino per permetterci di riconciliarci con lui. E dunque ci viene ricordato l’impegno che ci è richiesto quando ci è donato di riscoprire di nuovo che noi siamo i figli e le figlie che vengono accolti nella casa del Padre: cambiare la nostra vita, smettere di essere noi la misura e il fine della nostra esistenza e cercare di comprendere quale sia il piano di Dio per noi e impegnarci a viverlo.
All’inizio della sua predicazione, il primo atto concreto di Gesù consiste nel chiamare attorno a sé i primi discepoli. Simon Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni iniziano così il lungo cammino al seguito del Maestro che li porterà dove neanche immaginano al momento. Ma il fatto che la loro chiamata avvenga proprio all’inizio del ministero di predicatore ci fa comprendere che la predicazione è fin dall’inizio un momento comunitario, sia perché è rivolta a una comunità, sia perché crea essa stessa comunità. La predicazione di Gesù, dunque la predicazione alla quale come chiesa siamo tutte e tutti chiamati non è mai un monologo, un “one man show”, un “uno di fronte agli altri”; se diventa questo è altro: una conferenza, un comizio, tutte cose degnissime, ma che non sono la predicazione alla quale il Signore ci invia. Anche perché la predicazione cristiana, se segue le orme di quella del Signore Gesù Cristo, ha un effetto, che le ultime parole di Matteo ci testimoniano: la predicazione guarisce. Certo, in questo prendiamo atto delle enormi distanze che ci sono fra noi e il nostro Maestro: lui dava realmente la guarigione anche fisica con la sua parola, noi assolutamente no. Eppure la predicazione è chiamata a un compito importante: se non può guarire i corpi, può comunque guarire relazioni fra le persone annunciando la riconciliazione fra di noi, l’amore per i nemici che dunque non sono più nemici fra di loro, quell’amore che Gesù predica e pratica. La predicazione può guarire le persone che Gesù definisce “travagliate e oppresse”, persone per cui la vita stessa diventa pesante perché non se ne comprende più la direzione, il senso, il motivo stesso per portarla avanti in un cammino sempre uguale: la predicazione guarisce quando annuncia una speranza che chi predica non può dare, ma che può e deve testimoniare come un dono che proviene da Dio nel suo amore. La predicazione per la quale il Signore ci invia trasforma chi predica e chi la riceve per farci diventare sempre più una comunità di fratelli e sorelle, uniti nell’impegno della testimonianza mentre ci prendiamo cura gli uni degli altri.