V domenica dopo Pentecoste

Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Testo biblico

Lettera ai Romani 6, 20-23

Perché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte.

Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Testo del sermone

“Eravate schiavi del peccato”, “Il salario del peccato è la morte”. Indubbiamente il peccato è uno dei temi forti di questi brani della predicazione di Paolo. Ma non preoccupatevi, oggi ne parlerò giusto il minimo sindacale. Sono convinto che la chiesa cristiana, di qualunque confessione e denominazione, lo metta troppo al centro della sua predicazione; probabilmente è inevitabile che sia così, perché è un po’ come parlare del caldo in questi giorni: lo senti, è un grosso problema che impatta sulla quotidianità, eppure non puoi fare nulla di concreto per evitarlo. È inevitabile, ma qualche volta, quando si sottolinea troppo questo aspetto del peccato la chiesa non svolge fino in fondo la sua missione che è ben altra. Certo, sappiamo che il peccato è parte inevitabile anche della nostra esperienza di fede, ma mi domando quanto sia utile continuare a sottolineare solamente questo aspetto del messaggio dell’apostolo. Insistere sempre e comunque sulla realtà del peccato, la sua potenza, che pure sperimentiamo nelle nostre vite, significa in fondo spingere al pessimismo. E, anche se nelle intenzioni probabilmente si vorrebbe spingere alla conversione, spesso alla fine si porta solo alla solitudine e a un senso di smarrimento: se il peccato è così forte, perché Dio non interviene? Forse perché non me lo merito? Dunque cado in una spirale: pecco perché non posso farne a meno, ma peccando allontano Dio da me? E come ne vengo fuori? Rimane spazio solo per lo scoraggiamento e forse per pensare che non ne vale la pena di provare a evitare il peccato, tanto non ce la farò mai, non è nella mia natura. La chiesa predicando così spesso il peccato (e il senso di colpa che ci va a braccetto) non spinge i credenti a evitarlo, ma a rassegnarsi, ad adagiarsi sul fatto che le cose vanno come vanno e nulla può cambiare; ma, ripeto, non è questo il mandato che il Signore le aveva affidato.

Se Paolo parla del peccato è solo per dipingere qual era la situazione iniziale e naturale dei credenti prima. Sì, ma prima di che cosa? Prima della scelta che Dio ha compiuto che ci costringe a guardare tutto sotto una luce diversa. Quel “le cosa di prime sono passate” che l’Apocalisse cita, non è una speranza per il futuro, ma la conseguenza da vivere nel presente dell’agire di Dio per noi. E allora, sorelle e fratelli, oggi fermiamoci qui: sul dono di Dio per noi. Altro non ci serve, altro non vogliamo.

“Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore”. Dunque qui si parla di un dono, anzi del dono definitivo che Dio ha compiuto. Un dono che non rimane un mistero, una pia speranza, perché noi confessiamo essere saldamente radicato in Gesù Cristo e in Gesù Cristo morto e risorto. Non è un dono la cui portata, la cui grandezza ci siano immediatamente chiare, perché, a differenza del peccato, noi della vita eterna non facciamo esperienza diretta e personale. Noi non conosciamo la vita eterna, non la vediamo certo in noi, né nelle persone che abbiamo accanto. Conosciamo la vita che viene meno, irta di difficoltà e di fragilità, perché è questo che siamo. Eppure per grazia di Dio noi confessiamo che, pur continuando a essere ciò che siamo, esseri peccatori e mortali, qualcosa di nuovo è già all’opera in noi, perché il Signore ce l’ha promesso, il Signore l’ha già fatto diventare realtà. Sì, il salario del peccato è veramente la morte, la nostra vita umana ha veramente una fine; eppure in questa realtà, noi sappiamo che c’è già qualcosa di nuovo all’opera.

Noi siamo resi libere e liberi dal peccato. Il peccato, la distanza da Dio, il senso di non essere al nostro posto nella nostra vita di esseri umani e di credenti ci sono e quando ci pensiamo fanno male, ma la chiesa vive per annunciare che da questa situazione noi siamo già stati liberati; non ne siamo liberi, come fosse una nostra condizione, ma ne siamo liberati, cioè qualcuno ha preso l’iniziativa di cambiare le cose per noi, qualcuno che ha la forza e la volontà per farlo, qualcuno che si fa carico delle difficoltà anche estreme e drammatiche di questa sua azione, pagando di persona. Che cos’è questa se non una scelta d’amore nei nostri confronti?

Noi siamo resi libere e libere dal peccato. Ed ecco che veniamo resi capaci di portare un nuovo frutto, qualcosa che prima non rientrava non solo nelle nostre possibilità, ma neanche nei nostri progetti, nella nostra ottica. Paolo parla di santificazione e questa è una parola che non sentiamo risuonare molto spesso nelle chiese; ci sembra, a prima vista, che siano altre chiese cristiane che hanno una maggiore attenzione per tutto ciò che riguarda i santi. Eppure proprio dall’insegnamento di John Wesley, riscopriamo questo termine e scopriamo che esso riassume al meglio la nostra vita di credenti resi nuovi in Cristo Gesù. La santificazione quale frutto dell’esistenza cristiana non è una nostra dote, ma il segno della nostra vocazione di credenti: noi perseguiamo la nostra santificazione per dare testimonianza di colui che ci chiama ad essere santi, separati, chiamati a un cammino sul quale da soli, con le nostre sole forze non potremmo incamminarci. Noi non viviamo la nostra santificazione per mostrarci migliori degli altri, non intendiamo l’essere santi in questo senso, pensando di essere puri e perfetti, anche perché nessuno può, in tutta onestà, dire di poter raggiungere questo obiettivo: il peccato è ancora realmente presente nelle nostre vite. Viviamo invece la nostra santificazione come un percorso sul quale proseguire giorno per giorno con la guida dello Spirito Santo; un percorso nel quale abbiamo occasioni di annunciare con le parole e con le azioni che il dono di Dio non è solo per noi, ma per l’umanità intera e dunque chiamiamo fratelli e sorelle a condividere questo cammino con noi. E quando ci riusciamo, e per grazia di Dio in molte occasioni ci riusciamo, allora la chiesa di cui facciamo parte, la chiesa della cui costruzione siamo mattoni, svolge il compito che le è stato affidato dal Signore: annunciare l’amore di Dio che ci chiama. E tutto questo, ben lontano dall’essere una vuota parola di speranza, è l’annuncio che le nostre esistenze sono già rese diverse. Il peccato con cui ancora da esseri umani facciamo i conti non ci spaventa più, non è più il nostro padrone, non ci può allontanare dall’amore di Dio e dal dono della vita eterna a cui siamo condotti.

Amen

Past. Davide Ollearo