VI domenica dopo Pentecoste

Sia che ti ascoltino o non ti ascoltino, poiché sono una casa ribelle, essi sapranno che c’è un profeta in mezzo a loro.

Testo biblico

Ezechiele 2, 1-5

Dio mi disse: «Figlio d’uomo, alzati in piedi, io ti parlerò». Mentre egli mi parlava, lo Spirito entrò in me e mi fece alzare in piedi; io udii colui che mi parlava.

Egli mi disse: «Figlio d’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a nazioni ribelli, che si sono ribellate a me; essi e i loro padri si sono rivoltati contro di me fino a questo giorno. A questi figli dalla faccia dura e dal cuore ostinato io ti mando. Tu dirai loro: “Così parla il Signore, Dio”. Sia che ti ascoltino o non ti ascoltino, poiché sono una casa ribelle, essi sapranno che c’è un profeta in mezzo a loro».

Testo del sermone

Vocazione profetica: istruzioni per l’uso. In fondo di questo si parla: Dio ha un incarico e fa in modo che vi sia una persona, il suo profeta, che lo porta a termine. Le nostre chiese non usano tanto spesso il temine profeta, più che altro come ministero a cui ancora oggi persone vengono chiamate. Eppure, anche se il nome ci può sembrare poco usuale, proviamo piuttosto a pensare qual è l’incarico, la funzione del profeta. Il profeta non è, come qualche volta immaginiamo, una specie di indovino, qualcuno che predice il futuro, perché spesso nel linguaggio comune viene ridotto a questo. E allora che cos’è il profeta, o meglio ancora che cosa faceva un profeta nei tempi biblici e che cosa dovrebbe fare oggi? Il racconto del dialogo fra Dio ed Ezechiele ci spinge a riflettere proprio su questo.

Innanzi tutto il soggetto del racconto, ricordiamolo sempre, non è Ezechiele, anche se ci troviamo nel libro che porta il suo nome, ma è Dio, colui che chiama, colui che rivolge la vocazione a un essere umano. È Dio che prende l’iniziativa e non a parole, ma in modo molto concreto: lo Spirito Santo guida non solo l’anima, il pensiero o il cuore del profeta, ma tutto il suo corpo, tanto da farlo alzare in piedi (non ci è dato sapere se con o contro la volontà di Ezechiele). Dio dunque quando chiama qualcuno, lo fa perché ha bisogno di tutto quanto la persona che ha davanti può offrire al suo servizio: ha bisogno sì della sua fede, sì della sua preghiera, sì della sua parola, ma anche delle sue forze, delle sue gambe per andare incontro ad altre persone e delle sue braccia per accogliere. E Dio guida con la forza che dà il suo Spirito a rispondere alla sua chiamata. Alzarsi in piedi non vuole solo essere un segno di rispetto dovuto alla maestà del Signore, ma anche vuole anche dire riconoscere di essere pronti a partire per andare dove Dio vorrà, a fare ciò che Dio chiederà. O meglio, significa affermare con fede che Dio stesso ci ha resi pronti a metterci in marcia e possiamo affidarci a lui: non sulle nostre sole forze dovremo contare per il cammino, ma su ogni dono, su ogni benedizione con cui Dio ci accompagnerà.

Alzatosi in piedi, o meglio fatto alzare in piedi, pronto a partire, ecco la parola di Dio che dà l’incarico al suo profeta. E diciamolo pure subito: non è una parola facile da portare, una parola che possa suscitare immediatamente simpatia e solidarietà nei confronti di chi la pronuncerà. Più che altro non è una parola sulla quale il profeta, il messaggero possa decidere alcunché: è Dio stesso che ne fissa il contenuto, è Dio stesso che decide i destinatari. È una parola che probabilmente Ezechiele, come qualunque persona sana di mente e che non cerca la rissa, avrebbe fatto volentieri a meno di portare. Eppure il profeta non avrà altro da annunciare, se non parlare in nome di Colui che l’ha mandato. Quella che potrebbe sembrare una schiavitù per il profeta, un obbligo da cui non si può scappare, rappresenta invece una grande libertà per chi annuncia la parola, ma anche per chi la riceve. Oggi sentiamo frequentemente sbraitare le parole, più che pronunciarle; sentiamo persone che gridano che loro hanno la verità unica e dunque tutti devono, e sottolineo devono, dare loro retta e ubbidire perché loro sono superiori agli altri oppure, ancora peggio, perché dio, il loro dio ha dato loro personalmente il messaggio da portare e dunque opporsi a questo significa opporsi alla divinità. Quanto è diversa la missione che Dio, il nostro Dio affida al profeta, al suo messaggero; non entra in gioco un obbligo, ma la responsabilità personale. Ezechiele ha la responsabilità di annunciare quanto Dio gli affiderà, a persone che saranno probabilmente maldisposte verso questo messaggio. Ma non spetta a lui fare in modo che le persone credano, con le buone o con le cattive, a quello che lui ha predicato. Sorelle e fratelli, questo è l’esatto contrario di qualunque fondamentalismo con cui molto spesso le persone religiose vedono il loro impegno di credenti, vivendolo come un costringere gli ascoltatori a credere. No, dice il Signore: Ezechiele annunci, nel senso che affidi alla responsabilità di chi l’ascolterà il compito di prendere sul serio o meno quello che è gli stato detto; Ezechiele è lo strumento del messaggio, ma il messaggio stesso viene da Dio e sarà Dio stesso che potrà portare le persone alla conversione, a un ascolto consapevole che comporta delle scelte precise.

È una grande liberazione per il profeta: lui ci deve essere, ma rimane il messaggero del Signore, non deve preoccuparsi di essere lui stesso a signoreggiare i suoi ascoltatori costringendoli a credere. “Essi sapranno che c’è un profeta in mezzo a loro”, conclude il nostro testo nel momento in cui Ezechiele ha svolto il suo compito: basta così, non deve fare altro, ora la palla passa a chi lo ha ascoltato; un profeta c’è stato, ha offerto un messaggio da parte di Dio: ora tu come reagisci a queste parole? Le vuoi prendere sul serio? Vuoi chiedere l’aiuto del Signore? Nessuno ti obbliga a farlo, ma non puoi far finta che il messaggio non sia arrivato, perché il profeta il suo dovere l’ha fatto e non gli si può chiedere di più.

Sorelle e fratelli, se è questo il compito del profeta, allora non possiamo relegare la sua figura, il suo servizio ai tempi biblici; il ministero del profeta riguarda direttamente anche noi oggi, anche noi membri della chiesa di Gesù Cristo. Va bene, ci sembra strano avere un profeta e allora diamogli un altro nome, ma la sostanza non cambia: come Ezechiele anche noi siamo chiamate e chiamati a essere testimoni di Dio, perché è questo di fatto un profeta, un testimone. E allora sì che è un compito che ci riguarda, sì che possiamo rileggere nel racconto di Ezechiele la nostra storia, il nostro impegno di credenti. Anche noi veniamo fatti alzare in piedi dallo Spirito di Dio: a volte pensiamo che saremmo molto più comodi rimanendo seduti, tranquilli, ma non è quello che il Signore ha in mente per noi. Veniamo fatti alzare perché possiamo muoverci, andare a portare la parola che ci è affidata alle persone che il Signore pone sul nostro cammino. Non c’è necessariamente da andare lontani: a volte è nella chiesa, nella nostra chiesa che siamo chiamati a essere testimoni gli uni per gli altri, a ricordarci gli uni gli altri una parola non sempre comoda e confortevole, ma che ci chiama alla conversione come può essere la parola di Dio. Siamo noi i profeti e le profetesse, le donne e gli uomini a cui il Signore affida il compito di trasmettere non ciò che ci piace, ma ciò che lui ci ha affidato; e allo stesso tempo siamo noi il popolo a cui Dio fa giungere il suo messaggio, le persone chiamate a prendere sul serio ciò che ci viene annunciato e ad agire. Siamo una chiesa di profeti, di predicatori e allo stesso tempo una chiesa di uomini e donne che ascoltano la testimonianza dei messaggeri che Dio ci invia: solo così accogliamo con responsabilità la vocazione che il Signore, oggi attraverso le parole di Ezechiele, ci rivolge.

Amen

Past. Davide Ollearo