Amos 7, 7-15
Egli mi fece vedere questo: Il Signore stava sopra un muro e aveva in mano un filo a piombo. Il Signore mi disse: «Amos, che cosa vedi?» Io risposi: «Un filo a piombo». E il Signore disse: «Ecco, io metto il filo a piombo in mezzo al mio popolo, Israele; io non lo risparmierò più; saranno devastati gli alti luoghi d’Isacco, i santuari d’Israele saranno distrutti, e io mi leverò con la spada contro la casa di Geroboamo».
Allora Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire a Geroboamo, re d’Israele: «Amos congiura contro di te in mezzo alla casa d’Israele; il paese non può sopportare tutte le sue parole. Amos, infatti, ha detto: “Geroboamo morirà di spada e Israele sarà condotto in esilio lontano dal suo paese”». Poi Amasia disse ad Amos: «Veggente, vattene, fuggi nel paese di Giuda; mangia il tuo pane laggiù e là profetizza; ma a Betel non profetizzare più, perché è santuario del re e residenza reale».
Allora Amos rispose: «Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori. Il Signore mi prese mentre ero dietro al gregge e mi disse: “Va’, profetizza al mio popolo, a Israele”».
Vocazione profetica: istruzioni per l’uso, parte seconda. Il profeta ha ricevuto la vocazione da Dio, è stato da Dio messo in marcia per annunciare ciò che il Signore stesso ha consegnato alla sua responsabilità di predicatore. Ed eccolo ora sul campo, a svolgere il suo ministero di profeta, cioè semplicemente ad essere un testimone della volontà di Dio per i suoi interlocutori. E di nuovo non vogliamo parlare solamente di Amos, come domenica scorsa non abbiamo parlato solamente di Ezechiele; di nuovo, non vogliamo ricordare un bel tempo che fu, quando c’erano i profeti e peccato che oggi non ci siano più, ci farebbero comodo perché ci insegnino la strada e noi non avremmo altro da fare che sederci ad ascoltarli; vogliamo invece riflettere su come oggi la chiesa, i singoli credenti, proprio noi che siamo qui oggi ci confrontiamo ancora con il servizio a Dio che il profeta compiva e compie, il servizio di cui siamo chiamati ad essere parte attiva, anche se non usiamo più spesso questo termine per chiamarlo.
Il profeta non è un pappagallo, che ripete a bacchetta quello che ha ascoltato. Dio non ha creato gli esseri umani perché fossero i suoi altoparlanti; Dio non ci affida il compito di parlare semplicemente ridicendo ciò che lui ci ha insegnato a memoria. Penso che se Dio volesse semplicemente far giungere un messaggio precostituito e immutabile ai destinatari che desidera, non avrebbe problemi a utilizzare altri strumenti. Dio sa toccare i cuori delle persone, sa aprire le menti, sa fare in modo che alle persone giunga immediatamente ciò che vuole comunicare. Se dunque sceglie di far passare la sua Parola, il suo messaggio attraverso dei profeti, attraverso degli uomini e delle donne, allora è perché vuole che questi siano suoi collaboratori, non dei semplici strumenti che non devono far altro che ripetere senza altro contributo da parte loro. Dio parla a noi, suoi testimoni, suoi profeti e ci chiede di usare il cervello che ci ha donato in primo luogo per comprendere ciò che ci viene detto; poi parleremo, ma prima dobbiamo capire che cosa ci viene detto; il profeta è dunque una persona chiamata all’ascolto e poi all’interpretazione di ciò che ha ascoltato. E se anche non ascoltiamo direttamente la voce di Signore, quando affermiamo che la Bibbia è per noi Parola di Dio stiamo dicendo esattamente questo: una parola è rivolta a noi, proprio a ciascuno e ciascuna di noi ed è compito di ciascuno e ciascuna di noi comprendere ciò che il Signore ci sta offrendo. Siamo protestanti e affermiamo che l’interpretazione biblica non è appannaggio di qualcuno con un ruolo particolare; non c’è una folla di fedeli che ascolta ubbidiente ciò che il sacerdote, il pope o il pastore dice perché solo lui è autorizzato a trasmettere il vero e reale messaggio di Dio. Ogni credente ha invece la responsabilità di leggere o ascoltare ciò che il Signore fa sapere e poi usare i propri doni, i propri strumenti, i propri mezzi per interpretare, per comprendere che cosa Dio vuol far sapere proprio a lui o a lei, in quel momento della sua vita.
Amos dunque ascolta, comprende il messaggio con la guida del Signore stesso, cosa che continua ad avvenire anche per noi attraverso l’azione dello Spirito Santo. E poi parla, va ad annunciare ciò che è stato preparato da Dio per la sua predicazione. Non è necessariamente un messaggio piacevole, senz’altro non lo è quello che viene affidato oggi ad Amos. Eppure il profeta non lo addolcisce, non cerca di dire ciò che può far piacere al potente di turno; non è facile, ma accetta di essere colui che annuncia un messaggio di giudizio, una parola potente con cui Dio non dà una pacca sulla spalla e dice che va tutto bene così, basta impegnarsi un po’ di più. Dio fa annunciare al profeta che il popolo non è più il popolo del patto, non testimonia più la sua vocazione di popolo particolare, ma al contrario pretende che Dio sia al suo servizio, per cancellare e dimenticare le sue nefandezze e la sua ingiustizia, i soprusi dei suoi potenti verso i piccoli. E dunque Dio si sente liberato dai suoi vincoli, non aiuterà il popolo, ma lo lascerà al suo destino che viene fin d’ora annunciato come drammatico.
Il risultato è abbastanza scontato: Amasia è sacerdote e dunque senz’altro da contare fra i potenti che vivono bene nello status quo e che non possono tollerare che un profeta, peraltro senza le necessarie autorizzazioni, venga ad annunciare cambiamenti non richiesti. Se proprio deve predicare, lo faccia in periferia, lontano dalle orecchie dei grandi che non vogliono sentire queste cose. Sostanzialmente Amasia afferma che se Dio manda quel messaggio, forse è meglio fare a meno non solo del profeta, ma proprio di Dio: re, nobili e sacerdoti bastano a loro stessi e decidono loro che cosa è giusto ascoltare e che cosa no.
La risposta di Amos è disarmante, svela la vuotezza e l’ipocrisia dei potenti quando si fingono devoti al Signore, ma poi sotto sotto vogliono prendere il suo posto. E penso che possiamo concordare che questo non era un malvezzo dei tempi di Amos, ma che sia ben rappresentato anche al giorno d’oggi. “Io non son profeta, né figlio di profeta”: non c’è Amos al centro della chiamata di Amos; lui avrebbe ben volentieri continuato a fare altro, a vivere la sua pacifica vita in campagna: al centro, all’inizio di tutto c’è Dio che chiama. Dio ha scelto Amos perché i suoi doni, le sue capacità, tutto il suo essere sono ciò di cui Dio ha bisogno perché la sua volontà venga testimoniata. Amos non fa il profeta perché vuole esserlo, perché ha la licenza giusta per farlo e men che meno per sete di potere. Amos è profeta perché risponde a una vocazione che gli è stata rivolta, perché comprende che il Signore ha preso per mano la sua vita e dunque percorre la strada che Dio ha tracciato per lui. Amos è profeta perché si è affidato a Dio, al suo progetto; anche se non gli era chiaro fin dall’inizio dove l’avrebbe portato, si è messo al servizio del Signore e ora testimonia con tutta la propria esistenza che il mondo è saldamente nelle mani di colui che l’ha chiamato. Amos, con le parole che pronuncia, con la sua stessa presenza testarda dove non lo vorrebbero, racconta di avere fiducia e di essere convintamente al servizio non dei potenti, non di chi si sente padrone del mondo, ma dell’unico Signore onnipotente, di colui che trasforma uomini e donne in profeti perché il suo messaggio arrivi a chi ha bisogno di riceverlo.
Amen
(Past. Davide Ollearo)