Vocazione profetica: istruzioni per l’uso, terza (e ultima) parte. È vero, qui non c’è un profeta biblico e il termine “profezia” non compare, ma non si parla in fondo comunque di questo? Qui c’è un apostolo che parla a un altro apostolo, cioè un testimone che dà la propria testimonianza a un fratello che proseguirà sullo stesso cammino. Il secondo, più giovane apostolo prima è stato suo discepolo, e ora gli dà alcune indicazioni su questo ministero che li accomuna. Ed è un ministero che continua ad essere presente nella chiesa, anzi, ne è la spina dorsale; di nuovo, come per il termine “profeta”, magari non usiamo “apostolo” molto spesso per descrivere la vita delle nostre chiese, ma ciò che Paolo scrive è la descrizione di un servizio al Signore che coinvolge ogni credente, un servizio che era centrale al suo tempo e che continua ad esserlo oggi. Il profeta è un testimone, l’apostolo è un testimone e alla testimonianza continuiamo ad essere chiamati e chiamate tutti noi.
Sì, come vogliamo chiamarlo chiamiamolo, ma oggi stiamo parlando di un ministero basato sulla testimonianza del Signore Gesù Cristo, sull’annuncio dell’agire di Dio in suo Figlio. È un ministero, cioè un servizio, che vuol dire lasciarsi guidare non dalla nostra volontà, ma da ciò che impariamo dal Signore e da ciò che chiede a noi. È un ministero che passa di persona in persona, di generazione in generazione; non siamo chiamati a inventare nulla di nuovo, non viviamo sotto l’ansia di creare qualcosa che non esisteva, ansia che spesso paralizza: noi abbiamo ricevuto il ministero della testimonianza da chi ci ha preceduto. Non viene forse in mente a tutte e tutti noi qualcuno che in qualche momento della nostra vita ci ha annunciato l’Evangelo? Qualcuno che ci ha offerto semplicemente un messaggio che a sua volta aveva ricevuto e che, magari nella sua semplicità, ci ha toccato, è stato quello di cui avevamo bisogno in quel momento? Io credo che ciascuno e ciascuna di noi abbia fatto esperienze simili, così coinvolgenti che ci hanno spinto a riflettere se non fosse giusto offrire ad altri ciò che era stato offerto a noi. Abbiamo ascoltato il messaggio dell’evangelo dal pastore, da un amico di lunga data di cui conoscevamo la vita di fede, di una persona incontrata per caso che sul momento ci ha colpiti o, perché no, da un libro che stavamo leggendo e che ci ha spinti a un momento di riflessione; non importa: noi siamo ciò che siamo anche per le testimonianze dell’amore di Dio che ci sono state offerte. E seppur non abbiamo ricevuto come Timoteo l’imposizione delle mani per essere a nostra volta apostoli, non importa; scopriamo ugualmente la necessità di divenire a nostra volta testimoni di ciò che ci è stato riferito. Infatti ci rendiamo conto che anche questa è una scelta d’amore: non possiamo tenere per noi una così bella notizia perché se ha colpito noi, ha condotto la nostra vita magari in un momento di difficoltà e di smarrimento, a nostra volta siamo chiamate e chiamati a condividerla a nostra volta; non farlo, sarebbe solo un segno di grande egoismo da parte nostra.
Il messaggio che ci è donato, che abbiamo fatto nostro e che condividiamo, apparentemente potrebbe sembrare troppo lontano dalla realtà, troppo astratto. Già Paolo afferma che è questo e solo questo la motivazione, il senso profondo del suo essere apostolo e ricorda a Timoteo che sarà lo stesso per lui, per il suo servizio al Signore. Siamo profeti, siamo apostoli, siamo testimoni perché Cristo è risorto: alla fin fine non abbiamo altro e, a ben vedere, altro non vogliamo avere. Cristo è risorto: in lui l’amore di Dio si è spinto così in là da aver cancellato l’eterna ed estrema nemica dell’umanità. Non è un messaggio lontano, né che riguarda solo il nostro futuro; non è una speranza da rispolverare solo quando ci pare di avvertire la fragilità della vita e ne siamo spaventati. La predicazione che Cristo è risorto è l’annuncio che già il nostro oggi è diverso, già la quotidianità che attraversiamo ha un valore più profondo. Cristo è risorto, dunque non ci sono limiti all’amore di Dio per noi, non ci sono ostacoli, neanche quelli che a noi paiono insuperabili. Cristo è risorto e la grazia di Dio ci incontra e ci annuncia che nulla potrà mai portarci via dalle sue mani e scopriamo nella vittoria di Cristo sulla morte che di queste parole possiamo fidarci realmente, perché ci è annunciato ciò che Dio in Gesù Cristo ha già vissuto di persona. Cristo è risorto e già oggi questo annuncio fa perdere senso alle paure e alle preoccupazioni che incontriamo ogni giorno; certo, esse ci sono, fanno parte di qualunque vita umana, ma già fin d’ora sappiamo che grazie al risorto, esse non ci dominano più, non possono vincere su di noi, non possono cancellare il progetto di vita nuova perché Dio in Gesù Cristo lo ha già inaugurato.
Bene, se questo è il messaggio di speranza che ci è stato donato, come fare ad annunciarlo? Saremo in grado di farlo? Non sarebbe meglio lasciare questo compito a qualche specialista, a qualcuno che ha studiato a fondo in tal senso, che ha più esperienza della media? L’apostolo dice che l’unica caratteristica necessaria è non vergognarsi dell’Evangelo. Ma chi mai dovrebbe vergognarsi di una buona notizia? Eppure temo che questo sia più facile di quello che potrebbe sembrare: annunciare che non siamo onnipotenti, che non dobbiamo mostrarci sempre forti, fino all’estremo, ricordare che le difficoltà possono far parte dell’esistenza umana e proprio qui il Signore ci viene incontro per amore e non perché ha un debito nei nostri confronti… ebbene sì, è un messaggio che espone all’incomprensione, al rifiuto, alla derisione specialmente in una società come la nostra con il culto della perfezione, pronta a scaricare chi non risponde a tutti i requisiti. Siamo chiamate e chiamati a non vergognarci dell’Evangelo, a non metterlo da parte perché ci rende impopolari e magari pure un po’ strani. Al contrario, essere profeti, apostoli significa vivere quotidianamente il messaggio che ci è stato donato: come esso è alla base della nostra vita nuova in Cristo, così lo testimoniamo ogni giorno della nostra vita, lasciamo che sia lui a condurre la nostra esistenza di ogni giorno, incontro a sorelle e fratelli che hanno bisogno della pazzia della predicazione per riscoprire la speranza nella loro vita.
Siamo profeti, apostoli, testimoni, fratelli e sorelle: è questo che ci è stato trasmesso gratuitamente da chi ci ha preceduto, e questo che gratuitamente vogliamo offrire a chi ci segue, a chi condivide il cammino con noi. Siamo profeti, apostoli, testimoni perché non possiamo farne a meno: abbiamo ricevuto l’annuncio meraviglioso che Gesù Cristo è resuscitato, che la morte e tutte le paure di sconfitta che porta con sé non possono più vincere, non possono più vincerci. Siamo profeti, apostoli, testimoni guidati dalla grazia di Dio attraverso tutta la nostra esistenza, con ogni parola e gesto di amore che condividiamo con il nostro prossimo, con tutta la gioia che viviamo e rendiamo visibile perché Cristo è veramente resuscitato.
Amen
(Past. Davide Ollearo)