9 Agosto 2026

XI domenica dopo Pentecoste

L’angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te».

Testo biblico

I Libro dei Re 19, 4-8

Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia anima, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!» Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra. Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Àlzati e mangia». Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d’acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo. L’angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te». Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio.

Testo del sermone

Elia se ne va. Sta fuggendo da Izebel, la regina d’Israele che dopo aver sfidato con i suoi sacerdoti il profeta, non riesce ad accettare che la sua predicazione abbia testimoniato e fatto conoscere che v’è un solo Dio, il Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, il Dio della promessa che nessuno può ingabbiare in riti e sacrifici, ma che liberamente si dona per coloro che ama. La sfida c’è stata, non Elia, ma Dio stesso l’ha vinta, ma la regina, come tanti potenti di ogni tempo non può accettare la sconfitta e, nonostante le sue promesse, condanna a morte il profeta. Allora Elia se ne va, fugge, capisce che non c’è più posto per lui in Israele e anche quel popolo che poco fa l’aveva acclamato come profeta di Dio, presto gli volterà le spalle, perché il potente, il prepotente, il bullo che afferma di avere sempre ragione ha il suo fascino, com’è purtroppo evidente anche oggi.

Elia se ne va, fugge e le sue parole spiegano bene il senso di questa fuga ed è una fuga che può richiamare esperienze che facciamo anche noi. Certo, la vita del profeta è in pericolo, ma non è questo il motivo principale del suo lasciare il paese d’Israele e il suo inoltrarsi nel deserto, perché se così fosse non riusciremmo a sentire la sua storia come nostra, il nostro cammino simile al suo. È vero che oggi continuano a esserci persone in fuga perché il loro Paese è diventato luogo di morte, non di vita. Uomini e donne scappano per sfuggire alle persecuzioni per motivi di fede o di scelte personali; adulti, ragazzi e anche bambini fuggono perché a casa loro la fame è una realtà che cancella qualunque possibile speranza per il futuro. Noi invece non fuggiamo in questo senso, in questo siamo dei privilegiati. Ma nelle nostre vite possiamo fuggire come Elia: non da qualcosa, ma da qualcuno. Anche noi, proprio come il profeta, possiamo fuggire da Dio.

Elia è il credente che fugge da Dio. Non vuole andare a vivere in un luogo senza Dio, sa che questo sarebbe impossibile: il bellissimo Salmo 139 ci ricorda poeticamente che non esiste neanche un angolino di creato senza la presenza del suo Creatore. Elia è il credente che fugge da Dio perché non comprende più il senso della sua vocazione. Elia è il credente che sente che seguire il cammino che il Signore ha tracciato per lui è diventato troppo duro, o troppo assurdo, o troppo lontano da ciò che pensa di riuscire a fare. Elia è il credente che sente di voler morire, forse non fisicamente, ma senz’altro per quello che riguarda il suo percorso di fede: basta, ci ha provato, si è pure impegnato, ma non riesce a vedere nella sua esistenza un pur minimo riscontro di ciò che sta facendo, del suo provare a mettere in pratica il servizio che il Signore gli ha affidato. Per questo Elia va nel deserto: non sta solo pensando alla propria incolumità, non sta solo fuggendo lontano da chi vuole fargli del male; vuole andare in un luogo in cui il suo ministero non ha più ragione di esistere: a chi deve predicare, ai sassi e ai cammelli? Se anche Dio testardamente gli affida una Parola profetica, con chi può condividerla se non c’è nessuno? Onestamente, a volte non viene anche a noi voglia di sdraiarci sotto una ginestra, sotto un cespuglio, lontani da tutto e da tutti e pensare, come Elia: “Adesso basta!”? Ora penso a me, ora mi occupo dei miei problemi, ora mi comporto da persona e non da credente, per un momento? Magari sentiamo che è la scelta sbagliata, magari sappiamo che faremo qualcosa che non dobbiamo fare, che ci comportiamo nei confronti del fratello e della sorella in maniera prepotente e non testimoniando l’amore di Dio. Sappiamo di non agire come la nostra fede richiederebbe, ma alziamo bandiera bianca: ho bisogno del deserto, ho bisogno di non essere più profeta.

E Dio come reagisce? Prende Elia per le orecchie e lo riporta in mezzo agli altri, alla presenza della regina Izebel perché il suo compito è di predicare a lei e proprio a lei? Dio prende noi per le orecchie e ci riporta al nostro compito di testimonianza, ricordandoci che questo compito non può mai venire meno perché ci è stato affidato da lui? No, Dio accetta il desiderio di Elia di recarsi nel deserto, non lo rimprovera e soprattutto non lo fa tornare indietro con la forza. Dio accetta quando noi vogliamo andare nel deserto, quando noi vogliamo stare da soli, senza sentirci oppressi dal dover fare, dal dover essere, magari nel suo nome. Dio accetta quando noi vogliamo andare nel deserto, semplicemente perché sceglie di venire con noi; neanche il deserto è deserto, Dio è anche lì e decide di esserlo per farci comprendere al meglio la nostra vocazione, il nostro impegno di testimonianza cristiana.

Come prima cosa Dio sfama Elia; forse se fossimo stati noi al posto del Signore avremmo colto l’occasione per lasciare il profeta da solo: se ha voluto andare nel deserto, se ha voluto allontanarsi da tutto e tutti per pensare a sé stesso, se vuole stare da solo, bene: allora sempre da solo se la cavi. Dio mostra la sua grazia anche in questo: il pane non è il premio per il buon lavoro di credente, non è lo stipendio del profeta, ma è dono, offerta, segno dall’amore e della provvidenza del Signore che non viene mai meno, indipendentemente dal nostro agire. Dio fin dall’inizio mostra che lui agisce secondo una logica diversa dalla nostra: è l’amore e solo l’amore per noi a guidarlo, a far sì che non si dimentichi neanche di vorrebbe dimenticarsi di lui, come qualche volta facciamo noi.

Ed Elia come reagisce a questo dono di Dio? Come reagiamo noi quando veniamo incontrati dai doni del Signore? Per strano che possa sembrare, Elia si rimette a dormire. Non penso che il profeta sia un irriconoscente, non credo che voglia approfittare della generosità di Dio, semplicemente credo che gli manchi ancora qualcosa. E questo qualcosa arriva con il secondo pane di grazia, con la seconda volta che Dio sfama il credente altrimenti senza risorse. Dio va incontro a Elia nel deserto, lì dove si trova, e lo sveglia una seconda volta. Ancora una volta gli porta il nutrimento che il profeta non potrebbe trovare da nessuna altra parte, ma in questa seconda occasione gli dà molto di più ed è questo che lo convince ad alzarsi, ad abbandonare il tutto sommato comodo deserto e a rimettersi in cammino. Dio ricorda al credente e gli rinnova la sua vocazione. Dio non è solo il dono del pane che dà la forza per camminare, ma Dio è anche la mappa che ti dice la direzione da prendere, Dio è l’invito ad avere fiducia in lui come guida della tua vita.

E così Elia, lo stremato profeta, il credente sfinito riprende il cammino. Lo riprende con l’aiuto di Dio, perché ha fatto personalmente esperienza della vicinanza del Signore; dove più si sentiva solo, Dio gli si è fatto accanto; dove più pensava di doversela cavare da solo, proprio lì Dio si è fatto presente con i suoi doni; dove pensava di aver smarrito il cammino, in quel momento il Signore gli ha offerto ciò di cui aveva bisogno: non solo l’energia per rialzarsi, ma il senso stesso del suo camminare, sapendo che in questo cammino Dio stesso non lo abbandonerà mai.

Amen

(Past. Davide Ollearo)