30 Agosto 2026

XIV domenica dopo Pentecoste

Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo.

Testo biblico

Levitico 19, 1-3.13-18.33-34

Il SIGNORE disse ancora a Mosè: «Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele, e di’ loro: “Siate santi, perché io, il SIGNORE vostro Dio, sono santo. Rispetti ciascuno sua madre e suo padre, e osservate i miei sabati. Io sono il SIGNORE vostro Dio”.
Non opprimerai il tuo prossimo, e non gli rapirai ciò che è suo; il salario dell’operaio al tuo servizio non ti resti in mano la notte fino al mattino. Non maledirai il sordo, e non metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il SIGNORE. Non commetterete iniquità nel giudicare; non avrai riguardo alla persona del povero, né tributerai speciale onore alla persona del potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia.
Non andrai qua e là facendo il diffamatore in mezzo al tuo popolo, né ti presenterai ad attestare il falso a danno della vita del tuo prossimo. Io sono il SIGNORE.
Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto. Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il SIGNORE vostro Dio».

Testo del sermone

Le riflessioni di questa mattina hanno come punto focale l’esortazione, che costituisce il perno del capitolo 19 del Levitico appena letto. Un’esortazione che a prima vista ci sconvolge. Bisogna dire subito però che sarebbe un grave errore interpretare questa richiesta di Dio come un precetto morale. Chi può pretendere di essere perfetto come Dio? Neppure Dio può chiedercelo. L’uomo in quanto essere creato infatti è per definizione imperfetto. Come interpretare allora correttamente questa esortazione? La possiamo comprendere meglio se ricordiamo che al termine della creazione Dio ha affidato all’uomo il compito e la responsabilità di conservare l’integrità del mondo. Dio si è rivelato a noi come Santo in quanto fedele alla relazione che ha stabilito con la sua creazione, e l’uomo sarà santo nella misura in cui, anch’egli sarà fedele alla relazione con Dio in quanto sua creatura e nella misura in cui sarà fedele a tutta l’umanità e alla creazione intera, della quale è stato reso responsabile. Sappiamo che purtroppo ben presto Adamo ed Eva tradiscono questa missione. Ed ecco che Dio interviene e si rivela nella sua vera natura. Non incenerisce i primi uomini superbi e infedeli, che dopo la loro colpa cercano di nascondersi dal suo sguardo. Il volto che Dio rivela in questa prima situazione critica non è quello corrucciato di un Dio Assoluto, Impassibile, intransigente e vendicativo, come Adamo ed Eva si aspettavano secondo la ragione umana. Egli si manifesta invece fin dall’inizio come Jaweh, cioè, non solo come Colui che è, ma principalmente come Colui che libera, come Colui che mantiene in vita e vuole salvare dalla perdizione l’opera delle sue mani, l’uomo e il mondo. Fin dagli albori, secondo la rivelazione ebraico cristiana, la storia umana, Da Adamo a Cristo, infatti, è una vicenda dinamica, che si sviluppa in un rapporto continuo fra un’umanità, incapace di assolvere con responsabilità il suo compito di salvaguardare se stessa e il creato, e Dio, che interviene per dirigerne i passi perché l’opera delle sue mani non cada nel nulla da cui è stata tratta.

Quello che conosciamo di Dio quindi è solo ciò che di se stesso egli rivela nella relazione che intrattiene con l’umanità e si rivela sempre come Jaweh, cioè come Colui che conserva e che libera.

E allora come dobbiamo calare nella nostra vita pratica l’esortazione Siate santi perché io sono santo? Ce lo rivela il testo stesso del Levitico che abbiamo appena letto.Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore, vostro Dio …” (Levitico 19,18). Per essere santi come Dio è santo, occorre vivere le nostre ineliminabili molteplici relazioni con Lui, con gli altri uomini e con la natura, nel modo con cui Dio ama e questo modo è stato definito da Dio stesso con il primo ed unico fondamentale comandamento: Ama il prossimo tuo come te stesso. In altri termini: essere santi significa operare perché la nostra relazione con Dio, con l’umanità e con il mondo sia efficace e vitale il più possibile.

Naturalmente nel corso dei secoli la fede cristiana ha dovuto risolvere situazioni e rispondere a interrogativi sempre nuovi, talvolta decisivi, sia per la comunità cristiana, che per il suo rapporto con il mondo stesso. Ed anche oggi le chiese cristiane si trovano a dover affrontare problemi nuovi e a rispondere a nuovi interrogativi. Nelle nostre società occidentali postcristiane, immerse in un mondo globale multiculturale, diviso in blocchi politici ed economici contrapposti, dilaniato da conflitti laceranti, connotato da grandi ingiustizie e da grandi potenze che non riconoscono i più elementari diritti sui quali si fonda la dignità umana, quali responsabilità gravano sui singoli cristiani, sulle varie chiese, sulla cristianità intera? Che cosa possiamo fare di fronte alla situazione precaria dell’umanità? Ci sentiamo spesso confusi, impotenti. Certo, non solo le grandi istituzioni religiose e civili, ma anche ognuno di noi nel suo piccolo, nel proprio ambito, minuscolo o grande che sia, non può chiudere gli occhi di fronte alla realtà, deve partecipare al travaglio che affligge tutta l’umanità. Deve comportarsi come il buon Samaritano della parabola raccontata da Gesù che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di questa mattina. Il samaritano soccorre un ebreo, che i suoi concittadini considerano un nemico, senza fare tanti ragionamenti. Si ferma, lo soccorre, anche se sa che purtroppo questo singolo grande gesto umano non sarà sufficiente a risolvere l’inimicizia che divide i due popoli di appartenenza e neppure sarà in grado di estirpare la violenza che è responsabile di quel delitto e di tanti altri soprusi che affliggono la convivenza umana. Nonostante il suo carattere episodico, il gesto del samaritano ha un valore assoluto in se stesso. Egli agisce pensando semplicemente che si trova di fronte ad un uomo sfregiato e occorre fare tutto il possibile per salvarne la dignità.

Sicuramente, più di una volta sarà capitato anche a noi di domandarci a cosa potesse servire un singolo limitato comportamento individuale in una situazione circoscritta nello spazio e nel tempo. Ma quello che ha spinto il samaritano ad agire è il dovere universale su cui si fonda il rispetto della dignità umana, la legge dell’amore che ci impone di amare il prossimo, compreso il nemico, come noi stessi, senza calcoli egoistici. Ed è quello che possiamo e dobbiamo fare ognuno di noi, ogni comunità cristiana, ed ogni uomo. Pur sapendo che la nostra azione ispirata dall’amore non sarà decisiva, siamo tuttavia certi che sarà necessaria e doverosa. La coscienza dei propri limiti rende ancora più forte la consapevolezza che la nostra umanità si realizza nella relazione che ci lega a Dio e all’umanità intera. Perciò tutto ciò, che in questo momento il comando di Dio “siate santi perché io sono santo” ci richiede di fare, dobbiamo farlo. Lo aveva capito bene anche un grande poeta del primo ‘900, Rainer Maria Rilke, animo profondamente religioso e sostanzialmente cristiano anche se piuttosto libero e indipendente. Sgomento di fronte alla situazione piuttosto drammatica della società umana del suo tempo, Rilke si poneva la stessa domanda che spesso ci facciamo anche noi: a che cosa servono i miei gesti limitati di generosità, apparentemente irrilevanti rispetto alla immensa miseria morale che rende malata l’umanità? In una poesia, il grande poeta cerca di darsi una risposta e la risposta che si dà è sicuramente suggestiva e persuasiva. Rilke afferma che agli inizi Dio, originariamente immenso nella sua grandezza solitaria, avvertiva il Nulla da cui era circondato “come una ferita”. Volle lenire questa ferita e la curò. La curò versandoci sopra una adeguata medicina e questa medicina, afferma il poeta, fu “il balsamo del mondo”. Il mondo quindi e prima di tutto l’uomo, furono chiamati all’esistenza da Dio, per dare completezza a se stesso. Senza una realtà con cui stabilire una relazione, infatti, la vita non esiste. Non solo la nostra, ma neppure quella stessa di Dio. E Rilke, come lo sappiamo noi, sapeva benissimo che purtroppo la storia del mondo è stata spesso sofferente proprio per l’incapacità dell’uomo di essere all’altezza del suo compito, come afferma in questo efficacissimo verso: “I secoli trascorsi hanno bevuto/ le febbri di quest’egra umanità”. Cioè: la storia nel suo corso è stata debilitata dall’umanità egra, cioè ammalata. Se Dio non può sentirsi realizzato senza mantenere fede alla sua relazione con l’umanità anche quando essa gli è infedele, conclude il poeta, neppure l’uomo, e, aggiungiamo noi,prima di tutto il credente, può rinunciare a vivere la sua relazione con Dio, con il resto del mondo e in particolare con gli altri uomini, altrimenti distrugge se stesso e ricade nel nulla. La missione di ognuno, infatti, è quella di essere il balsamo che fa sì che Dio continui ad essere Yaweh, Colui che preserva e libera, e al tempo stesso lenisce il dolore universale dell’esistenza umana e la precarietà della stessa creazione. Qualsiasi gesto positivo compiuto nei confronti dell’umanità e del creato perciò, anche quello più impercettibile, prima di tutto ci realizza come uomini e in secondo luogo favorisce in modo silenzioso e misterioso anche il consolidarsi del volto di Dio nel mondo. È quanto il poeta esprime in modo molto suggestivo nella strofa conclusiva della sua lirica:

”Noi siamo come il balsamo sul Nulla,
come la benda sulla piaga viva,
mentre nel buio, Dio, tu vai crescendo
all’ombra misteriosa del tuo volto”.

Che la pressante esortazione del Levitico illuminata dalle altre letture ascoltate in questo culto e i versi del poeta Rilke, ci aiutino a convincerci che il nostro impegno per il bene, anche quando sembra inutile, rafforza la nostra relazione con Dio, agisce misteriosamente ed efficacemente a vantaggio di noi stessi e del mondo intero e permette a Dio di radicarsi più efficacemente, anche se invisibilmente, nell’intero universo. Ricordiamo, per finire, il famoso detto del Talmud ebraico: Chi salva un uomo salva il mondo intero.

(Franco Macchi)