Perché i discepoli sgridino la folla che porta i bambini a Gesù è abbastanza chiaro: i bambini non avevano un gran valore all’epoca. Al di là della situazione dell’infanzia oggi, per certi versi molto più rosea, per altri ugualmente complicata, nell’antichità le cose erano molto più semplici e dirette, specialmente in civiltà contadine come quelle della Palestina ai tempi di Gesù. In quel tempo i bambini sono senz’altro una gioia e un investimento per il futuro per le famiglie, ma sono anche un peso economico non indifferente, almeno fino all’età in cui non possono aiutare i genitori nei lavori sui campi, in bottega o a casa; insomma, saranno utili, ma per il momento sono una fonte di difficoltà. E forse anche perché vissuti come un aggravio sulla vita familiare, i bambini non sono considerati alla pari degli adulti neanche dal punto di vista sociale; stiano buoni in un angolo e soprattutto non disturbino gli adulti quando fanno cose da adulti: parlare, insegnare, discutere e più in generale stare insieme. Se questo è l’atteggiamento generale della società nei confronti dei più piccoli, non stupisce che i discepoli sgridino quelle persone che invece spingono avanti i loro bambini: non si fa, non è buona creanza: significa minare l’autorità del Maestro chiedendogli di avere a che fare con delle creature che non sono alla sua altezza.
Gesù interviene nella discussione, riprende i suoi discepoli, li spiazza, ma come spesso accade, spiazza anche noi a millenni di distanza e ci costringe a riflettere. Gesù ci spiazza perché rovescia il tavolo: non si adegua a quanto i suoi discepoli dicono, riflettendo la mentalità corrente, non dà una versione leggermente diversa e più accettabile al loro pensiero, ma annuncia che con lui è una logica diversa che è entrata in questo mondo e su quella siamo chiamati a costruire il nostro ragionamento e il nostro comportamento; è la logica del Padre misericordioso che non mette limiti alla sua accoglienza, la logica del Regno nel quale si è i benvenuti non per qualche nostra caratteristica personale, ma perché il Signore ci annuncia di persona, in suo Figlio, che le porte sono state aperte per noi e nessuno potrà più chiuderle.
L’unica condizione che richiede Gesù è accogliere il Regno come un bambino: su questa affermazione del Signore sono stati versati fiumi d’inchiostro; non è facile dare un’interpretazione precisa alle sue parole, probabilmente per sua volontà, affinché non smettiamo di farci domande e non ci sentiamo soddisfatti una volta per tutte di ciò che abbiamo compreso. Io vi propongo oggi semplicemente alcune possibili indicazioni che il Signore ci sta lasciando; ma queste siano appunto proposte: non ho capito tutto, la mia non è la geniale soluzione definitiva, ma condivido con voi le mie riflessioni.
Innanzi tutto sgombriamo il campo: i bambini per Gesù non sono creature meno importanti, come pensavano gli adulti in quel tempo, ma non sono neanche privilegiati per la loro condizione; non avrebbe senso scartare qualcuno per un motivo che non dipende da lui, come la sua età anagrafica, e preferire qualcun altro per lo stesso motivo. E poi lasciamo perdere l’idea che i bambini siano in qualche modo più altruisti, generosi degli adulti, in qualche modo abbiano un comportamento più gentile, più giocoso, in qualche modo più puro… chi è convinto di questo probabilmente non ha mai avuto un bambino in casa. Non che i piccoli siano necessariamente delle pesti, ma non sono automaticamente diversi e migliori dei grandi: possono essere anche loro egoisti o altruisti, gentili o arroganti, insomma non è per un modo di comportarsi più elevato che il Signore li prende come esempio per i futuri abitanti del suo Regno.
Che cosa vuol dire allora accogliere come bambini il Regno di Dio, comportarsi come bambini davanti a questa promessa del Signore? Io penso che questo significhi essenzialmente due cose. Innanzi tutto una caratteristica dei bambini è il saper accogliere un dono: perché, noi adulti non lo sappiamo fare? Sì, certo, ma siamo sinceri: specialmente quando un dono è inatteso in genere pensiamo a fondo sul perché ci sia stato fatto, quale possa essere la ragione che ha portato quella persona a ricordarsi proprio di noi con questo regalo. E poi immediatamente il pensiero successivo è: come ricambiamo? Come rispondiamo con qualcosa che non ci faccia passare per pitocchi, ma neanche per persone che vogliono darsi delle arie, mettersi in mostra? Perché un contraccambio è dovuto, ci mancherebbe! Ecco, a un bambino questi ragionamenti non appartengono. Quello che conta è il dono in sé, con tutto quello che comporta: la sorpresa, la gioia, il desiderio di provare subito quel gioco che è arrivato in maniera inaspettata. Il bambino accoglie ciò che riceve e si pone, magari senza saperlo, dove il donatore vuole metterlo: al centro dell’atto del donare. Ricevere il Regno come un bambino significa comprendere di essere al centro del progetto di Dio, un progetto che va a senso unico, da lui a noi e il nostro contraccambio non è previsto; non può esserci spazio che per la gioia e lo stupore dell’inattesa novità.
E poi in fondo per noi adulti diventare come bambini è… semplicemente impossibile. Come già diceva Nicodemo a Gesù com’è possibile far girare all’indietro la ruota del tempo, ritornare a essere ragazzi, fanciulli, magari neonati? Anche se qualche magnate oggi è convinto di riuscirci, si metta pure il cuore in pace: non si può, non rientra nelle nostre umane capacità. Dunque lo stesso diventare capaci di ricevere il dono di Dio è già esso stesso dono di Dio. L’accoglienza nel Regno non è per chi ama Dio, ma per chi scopre di essere amato gratuitamente da Dio; lo scopre pur conoscendone l’impossibilità: come fa Dio ad amare proprio me, così imperfetto come sono? Eppure accetta di non porsi altre domande che da un punto di vista logico sarebbero necessarie. Sì, sarebbero necessarie per il ragionamento di un adulto, ma colui che è accolto accetta di essere diventato un bambino davanti a Dio. Accetta di sperimentare e di lasciarsi coinvolgere dalla gratuità dell’amore di Dio per lui o per lei. Accetta che non ci siano motivi perché le porte del Regno vengano aperte proprio per lei o per lui, eppure sa che qualcuno l’ha fatto, qualcuno è pronto alla porta per accoglierlo, qualcuno che non è guidato da null’altro se non il suo infinito amore. E accetta di testimoniare già oggi quella gratuità, non pretendendo di fare o diventare ciò che non è possibile, ma vivendo nel ringraziamento a Dio e accogliendo gratuitamente i fratelli e le sorelle, com’è stato dal Padre amorevole accolto per sola grazia.
Amen
Past. Davide Ollearo