13 Settembre 2026

XVI domenica dopo Pentecoste

Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco.

Testo biblico

Isaia 50, 4-9

Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli. Il Signore, Dio, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro.
Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi.
Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso.
Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino!

Testo del sermone

Buongiorno. Io, Isaia, sono un profeta. Non ho scelto io di esserlo, ma a un certo punto il Signore, Dio, ha deciso che questa doveva essere la mia missione. Ma Dio non si comporta come molte volte facciamo noi: diciamo a qualcuno: “C’è da fare questo o quest’altro, tocca a te quindi adesso arrangiati”. No, se Dio chiama per una missione, per un incarico, per un servizio alla sua Parola, ti dà anche gli strumenti per portarlo avanti. Dio non lascia solo chi ha chiamato. E che cosa mi ha dato? Vediamolo insieme.

Dio mi ha dato una lingua pronta. Questo non vuol dire che Dio mi ha trasformato in un chiacchierone o peggio in qualcuno che usa la lingua, la parola per fare del male al suo prossimo; una “lingua tagliente”, come si suole dire. No, Dio mi ha dato una lingua per aiutare. È strano, in genere a questo verbo associamo soprattutto le mani; uso le mani per aiutare chi è caduto a rialzarsi; uso le mani per aiutare un amico a fare un trasloco; uso le mani per spingere un’auto rimasta impantanata. Dio invece mi rende capace di aiutare tramite la lingua. In effetti forse non ce ne rendiamo spesso conto, ma la lingua, la parola possono fare tanto per sostenere chi è triste, per indicare una via d’uscita da una situazione complicata a chi proprio non ne trova. Con la parola possiamo è vero farci del male, ma anche molto bene. Non dimentichiamolo mai.

Si, Dio mi ha dato una lingua pronta, ma per dire che cosa? Evidentemente da sola la lingua non basta, per cui il Signore, quando mi ha chiamato ad essere profeta, mi ha anche aperto l’orecchio, mi ha reso in grado di ascoltare. Questa potrebbe sembrare una cosa da poco, o meglio praticamente scontata. Tutti noi sappiamo già ascoltare, avvertiamo più o meno bene i suoni che abbiamo intorno, i discorsi che vengono fatti, non ci serve l’aiuto di Dio per farlo. Ma è proprio così? Io penso che noi sentiamo suoni, musica, rumori e anche parole, ma non è proprio la stessa cosa dire che ascoltiamo. Sentiamo, avvertiamo e magari la cosa ci dà anche fastidio, vorremmo ogni tanto un po’ di silenzio. Ma ascoltare è ancora una cosa diversa; ascoltare significa riconoscere che quanto viene detto è destinato proprio a noi, per costruire qualcosa nella nostra vita. Ascoltare significa non fermarsi alle orecchie, ma proseguire fino al cuore. Non è facile, ed è per questo che il Signore mi rende capace di farlo. Perché solo ascoltando, ricevendo con gioia e attenzione quanto mi fa sapere, riconoscendo che chi parla mi conosce e vuole il bene mio e delle persone che mi stanno accanto, solo allora sarò in grado di parlare. Non è facile, devo lasciare perdere per un momento le mie parole, magari comunque buone e gentili, piene di buon senso e di saggezza popolare, per dedicarmi invece ad annunciare quello che il Signore mi dà da annunciare. Non è facile, ma allora la mia parola aiuta chi è stanco, dà speranza a chi l’ha perduta.

Tutto bene, dunque? No, non proprio. Perché la parola che il Signore mi dice all’orecchio, la parola che io faccio mia e dico con la mia lingua, non è sempre una parola facile. È una parola che dà sì speranza e forza, ma è anche una parola che toglie altre cose: toglie ad esempio la falsa fiducia in se stessi, che ti spinge all’angoscia di dovercela fare sempre e costantemente da solo, perché chiedere aiuto è un disonore. Toglie l’idea diffusa di sentirci padroni del mondo, superiori agli altri che non sono come noi, che non la pensano come noi, perché questa Parola ci ricorda che siamo tutti figlie e figli di un unico Padre misericordioso che ama tutti allo stesso modo. Toglie soprattutto il sentimento di essere perfetti, come persone e come credenti, perché richiama continuamente alla conversione, al ritornare a Dio facendo ciò che ci ha insegnato. E allora essere profeta non è sempre facile; c’è chi ti ostacola, perché non vuole lasciarti parlare; c’è chi ti aggredisce, perché le tue parole danno fastidio, distruggono l’immagine perfetta che aveva di se stesso; c’è chi semplicemente ti ignora, ritiene che ascoltare le parole che dici non valga la pena e la cosa fa male. Ma Dio ci assicura che non abbandona chi ha scelto; lo rende capace a resistere nelle difficoltà che sorgono quando è chiamato ad annunciare quella Parola che ha ricevuto. Essere profeti non significa vivere al di sopra delle difficoltà o, in modo un po’ ipocrita, fare finta che queste non esistano. Essere profeti significa affrontare ciò che si incontra sapendo che non si è soli. Io, Isaia, non sono un duro pronto ad affrontare ogni problema: sono stato reso duro da colui che mi dà la forza di non arrendermi, ma di continuare a vivere usando l’orecchio per ascoltarlo e la lingua per condividere ciò che ho ascoltato.

Abbiamo ascoltato la presentazione del ministero profetico di Isaia. Bene, benissimo, interessante. Ma alla fin fine è qualcosa che riguarda lui e lui solo; è la sua persona che il Signore ha chiamato e a lui ha affidato questo compito duro, ma coinvolgente. E invece no. Isaia è Isaia, la sua storia è solo la sua, su questo non c’è dubbio. Ma il Signore che l’ha chiamato è lo stesso che chiama anche noi. E, anche se il termine profeta può non andare più molto di moda, il compito che il Signore continua ad affidare ai credenti è lo stesso: imparare da lui, prendere sul serio il suo insegnamento e annunciarlo alle sorelle e ai fratelli. E allora è anche il nostro compito, il compito che riguarda ciascuno e ciascuna di noi, il compito della chiesa nel suo insieme.

Ebbene si, sorelle e fratelli, noi siamo profeti. Suona spaventoso, eccessivo, esagerato se riferito a noi? Eppure se ci pensiamo bene, non siamo diversi da Isaia. Durante il nostro culto abbiamo chiesto al Signore in preghiera che il suo Spirito Santo ci aiuti proprio a compiere il primo passo che ci è richiesto: ascoltare. E più avanti chiederemo sempre al Signore di darci la forza per essere testimoni della sua Parola e questo è il secondo passo: parlare. Dunque riconosciamo e confessiamo che un compito ci viene affidato oggi, come ogni volta in cui lasciamo che la Parola del Signore ci parli, ma ci parli realmente, ci venga così vicina da toccarci. Ebbene si, sorelle e fratelli, siamo profeti, con tutto quello che comporta, anche fra le difficoltà che questo compito porta con sé; però non c’è altro che possiamo fare, perché è di questo che vive la chiesa: del fatto che una generazione di profeti ha ricevuto il messaggio da quella che l’ha preceduto e lo trasmette a quella che ora l’accompagna e poi la seguirà.

Ci dia il Signore di saper accogliere con gioia questo incarico, confidando non nella nostra buona volontà, ma nella sua promessa di aiuto e sostegno per chi compie la sua volontà. Ci dia il Signore di saper andare incontro al nostro prossimo sempre pronti a portare la Parola che ci è stata affidata. Ci dia il Signore di essere testimoni fedeli, pronti all’annuncio di una Parola di speranza, con occhi e orecchie ben aperti per accorgerci sempre dove serve il nostro parlare nel suo nome.

Amen

(Past. Davide Ollearo)