Salmo 148
Alleluia.
Lodate il SIGNORE dai cieli;
lodatelo nei luoghi altissimi.
Lodatelo, voi tutti i suoi angeli;
lodatelo, voi tutti i suoi eserciti!
Lodatelo, sole e luna;
lodatelo voi tutte, stelle lucenti!
Lodatelo, cieli dei cieli,
e voi acque al di sopra dei cieli!
Tutte queste cose lodino il nome del SIGNORE,
perch’egli comandò, e furono create;
ed egli le ha stabilite in eterno;
ha dato loro una legge che non sarà trasgredita.
Lodate il SIGNORE dal fondo della terra,
voi mostri marini e oceani tutti,
fuoco e grandine, neve e nebbia,
vento impetuoso che esegui i suoi ordini;
monti e colli tutti,
alberi fruttiferi e cedri tutti;
animali selvatici e domestici,
rettili e uccelli;
re della terra e popoli tutti,
prìncipi e giudici della terra;
giovani e fanciulle,
vecchi e bambini!
Lodino il nome del SIGNORE
perché solo il suo nome è esaltato;
la sua maestà è al di sopra della terra e del cielo.
Egli ha ridato forza al suo popolo,
è motivo di lode per tutti i suoi fedeli,
per i figli d’Israele, il popolo che gli sta vicino.
Alleluia.
Lettera ai Colossesi 1, 9-23
Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti; ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce.
Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.
E voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, ora Dio vi ha riconciliati nel corpo della carne di lui, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore.
Perché siamo qui riuniti insieme e insieme abbiamo cantato e ancora canteremo inni di lode al Signore?
Il culto di questa mattina è tutto incentrato sulla lode che sentiamo il dovere di rivolgere a Dio perché ha creato il mondo e perché ha collocato noi uomini al centro di questa meraviglia, con tutte le responsabilità che ne conseguono. Ma domandiamoci seriamente: “Mentre il mondo è in guerra in molti luoghi e le forze della violenza e dell’oppressione sembrano aumentare, pregare Dio e lodarlo non è un controsenso? La spinta a riflettere su questo interrogativo inevitabile mi è venuta dalle modalità con cui si moltiplicano in questo periodo iniziative che celebrano l’ottavo centenario della morte di Francesco D’Assisi. Di lui si sono dette molte cose e anche ovvietà, approssimazioni, deformazioni e inopportune idealizzazioni. A me, se rifletto seriamente sul vero Francesco storico, mi colpisce sempre la naturalezza con cui egli univa la sofferenza e la gioia. Il famoso Cantico delle creature, che celebra la bellezza del creato e di ogni forma di vita compresa naturalmente quella dell’uomo, è un inno di lode e di ringraziamento a Dio per la sua bontà e il suo amore infinito per tutto il creato. Ebbene, questo Cantico è stato composto da Francesco nell’ultimo periodo della sua vita, quando era fortemente sofferente per i suoi malanni fisici ed era ancor più drammaticamente tormentato nel suo spirito da sofferenze interiori. Non a caso gli storici definiscono questi anni il periodo della tentazione. Vedeva infatti che i suoi frati, divenuti molto numerosi, si stavano allontanando dalla originaria sua scelta radicale di seguire il Cristo del vangelo senza compromessi e si stavano orientando verso una interpretazione più addolcita del dettato evangelico, più in sintonia con i limiti della natura umana. Ed è proprio in questo periodo di grandi sofferenze,fisiche e morali, che frate Francesco scrive il suo poema e lo chiude con queste parole: “Laudate et benedicete mi’ Signore / et ringratiate et serviateli cum grande humilitate”
Anche noi all’inizio del culto di questa mattina, sicuri che Dio ci ha ascoltato, sicuri che Dio ha guardato a noi con benevolenza, sicuri che Dio continuerà ad esserci vicino, nella terza strofa dell’inno 169 abbiamo cantato “Lodate l’Altissimo, Re della grazia infinita / Tutto egli donaci: forza, benessere, vita / No, nel dolor non ci abbandona, il Signor, che il mondo in Cristo ha salvato”.
E chi deve lodare il Signore? Tutto e tutti, ci dice il salmo 148. Gli esseri che abitano le regioni del cielo e gli esseri che abitano le regioni della terra. Tutto ciò che si trova in cielo canta la bellezza del creato e la potenza del Signore, gli esseri intelligenti come gli angeli, e gli esseri inanimati, come il sole, la luna e le stelle lucenti, afferma il salmo. Altrettanto fanno gli esseri che abitano le regioni del mondo in basso: mostri marini, animali, uomini, ma anche montagne e piante. Questo sentimento universale di gioia e di lode trova la sua espressione nel salmo 148 che, si afferma nell’ultimo versetto è il “Canto di lode di tutti i suoi fedeli, dei figlioli di Israele, del popolo che gli sta vicino”. Questo canto lo ha elevato a Dio anche il popolo cristiano fino ad oggi. Di esso si è alimentato anche Francesco d’Assisi che 800 anni fa lo ha reinterpretato nel suo Cantico delle Creature.
Noi oggi, permeati da una mentalità più scientifica, potremmo trovare più difficoltà a fare nostre le espressioni del salmo 148. La nostra concezione del cielo e della terra è del tutto cambiata rispetto a quella di tre millenni fa e anche di ottocento anni fa. Nella nostra rappresentazione mentale contemporanea sono cambiati anche gli esseri che abitano il mondo dell’alto e il mondo del basso. Dio è stato spinto lontano, fuori dai confini dell’universo. Dove prima abitavano Dio, gli angeli e le cose create, simbolo della bellezza divina, ora c’è solo arida conoscenza, una infinità di oggetti persi nello sconfinato spazio dell’universo. Si possono addirittura contare e misurare tutte le stelle che i potentissimi telescopi scoprono e osservano con attenzione. Eppure queste stesse stelle, meglio conosciute scientificamente, hanno perso la loro lucentezza. Non riusciamo più a vederle con i nostri occhi, perché sono rese opache dalle luci che noi stessi abbiamo acceso sulla terra. C’è di più. L’uomo, che ormai ha invaso anche fisicamente le regioni una volta riservate solo alle realtà divine, le riempie anche di astri artificiali e di occhi tecnologici, occhi che sono puntati verso l’infinito per scrutare e capire meglio l’universo e la nostra stessa terra, ma anche per dominare e sottomettere tutto e tutti al demenziale desiderio di dominio e di potenza. Il progredire di conoscenze sempre più ampie del nostro ambiente e della nostra stessa costituzione fisica e psichica, purtroppo va di pari passo con la creazione di società malate, divise, lacerate e incattivite dall’assenza di un traguardo rispettoso della dignità umana. E ci sentiamo più spaesati, soli.
Ed allora, ripetiamo, perché rileggere e cantare anche oggi il salmo 148 e lo stesso Cantico delle creature di Francesco con il loro invito a contemplare la gloria del Signore che risplende nel creato? Lo ripetiamo, neppure al fedele israelita sfuggiva la presenza attiva del male oscuro che mina dall’interno tutta la realtà, quella che sta in alto e quella che sta in basso. Vedeva però le cose con occhio diverso da quello con cui guardavano il mondo i loro contemporanei non israeliti e come spesso fa anche oggi gran parte dell’umanità. Per chi non aveva ricevuto la rivelazione della Torà, gli esseri che popolavano il mondo in alto e il mondo in basso, non erano il riflesso della grandezza di Dio, ma erano potenze autonome, divinità indipendenti da temere. Nel cielo il sole, la luna, il vento, il turbine e tutti gli esseri che vi avevano sede, erano dèi, potenze irrazionali, capricciose e minacciose. Sulla stessa terra il re, l’autorità umana più alta, era considerato una potenza a cui ci si doveva sottomettere. L’israelita invece vedeva il mondo con un terzo occhio, l’occhio animato dalla luce della rivelazione di Jaweh e così, oltre alla conoscenza, acquisiva la sapienza e comprendeva il vero senso di tutte le cose. Tutto ciò che sembra buono e tutto ciò che sembra cattivo, il bene e il male, osservato con questo terzo occhio della fede, appariva come il riflesso dell’insondabile mistero dell’unico Dio. Per questo, lo ricordiamo ancora, il salmo 148 si conclude con queste parole: Questo è un “Canto di lode di tutti i suoi fedeli, dei figlioli di Israele, del popolo che gli sta vicino”. E, aggiungiamo noi, a maggior ragione, “del popolo cristiano”.
Le antiche espressioni del salmo 148 questa mattina non sono risuonate nel tempio di Gerusalemme o in una sinagoga ebraica. Sono state lette e ascoltate in questa piccola chiesa durante un culto cristiano. Hanno lo stesso significato di quello che aveva per gli ebrei dell’Antico Testamento o di quello che hanno per gli ebrei nostri contemporanei? Sì e no. Anche noi cristiani siamo invitati a contemplare il mondo con il terzo occhio potenziato dalla luce della rivelazione. Ma il nostro terzo occhio è modificato da un evento eccezionale. La luce interna che lo rende più acuto è quella che emana dallo splendore e dal prodigio più grande operato da Dio, un prodigio che il poeta religioso ebraico non poteva conoscere, ma che conosceva molto bene Paolo di Tarso. E questo prodigio è quello operato da Dio con l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Cristo, il figlio di Dio e di Maria, vero Dio e vero uomo. È in forza di questo evento di salvezza, che anche Paolo rivolgeva ai cristiani di Colosse, e rivolge anche a noi oggi, , l’invito a rendere “…grazie con allegrezza al Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. (Col.1,12).
Noi che siamo riuniti in questo culto e cantiamo la lode al Signore che si eleva dal creato e dalla stessa umanità, non siamo degli incoscienti né degli ingenui. Non siamo ciechi. Oltre che del buono e del bello, siamo ben consapevoli del marcio che corrompe e si insinua in tutte le pieghe del mondo, di quello della natura e di quello dell’umanità. Ed allora, perché cantare con gioia? Perché lodare il Signore? Il perché lo proclama ancora Paolo che scrive ai cristiani di Colossi: “ Egli ci ha riscossi dalla potestà delle tenebre/ e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figliuolo,/ nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati;/ Il quale è l’immagine dell’invisibile Iddio, il primogenito d’ogni creatura/(Col I,13-15).
Ecco il terzo occhio dei cristiani. Il divino, il mondo e l’uomo non sono realtà separate, fra loro incomunicabili. Senza il terzo occhio della rivelazione Dio sarebbe solo l’Inarrivabile, il Terribile e il mondo una realtà inconsistente vana e passeggera, l’uomo un essere solo e schiacciato sia da Dio che dalla natura. Il terzo occhio dei cristiani è Cristo stesso. Cristo è l’occhio che vede e attraverso il quale anche noi possiamo vedere. Cristo è l’uomo perfetto, il figlio di Dio, che contempla nella loro vera luce il Signore, suo e nostro padre, e il creato, opera delle sue mani. E noi cristiani dobbiamo ricordare ciò che Gesù ebbe a dire a Filippo che gli chiedeva di mostrargli il volto del Signore: “ Filippo, chi vede me vede il Padre”. I discepoli si sono visti mostrare da Pilato il Cristo sfigurato dalle sofferenze “Ecce homo”: Hanno però ben presente anche la testimonianza di Pietro Giovanni e Giacomo che assistettero alla trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. Questi sono solo alcuni eventi biblici, che ci dimostrano quanto l’occhio della fede ci faccia scorgere nella persona di Cristo la compenetrazione dei tre mondi, quello divino, quello della creazione e quello dell’uomo, attraversati e strettamente uniti dal peccato e dalla redenzione, dalla sofferenza e dalla gioia, dalla morte e dalla vita, dalla croce e dalla resurrezione. Questa convinzione è fermissima in Paolo, per il quale, come abbiamo sentito dalle parole della lettera ai Colossesi, Cristo “ è l’immagine dell’Invisibile Iddio, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose, che sono nei cieli e sulla terra: le visibili e le invisibili… Poiché il lui si compiacque il Padre di far abitare tutta la pienezza e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della croce d’esso; per mezzo di Lui dico tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli…” (Col 1,15-20 passim).
È giusto quindi continuare il nostro culto accogliendo l’invito del salmo 148 e dell’apostolo Paolo ed esprimere con entusiasmo la nostra lode a attraverso le parole e la melodia dell’inno 163.
Amen
Franco Macchi